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Moots Cycles è uno dei marchi di maggior prestigio nel particolare mondo dei produttori di telai in titanio

In foto: Made in USA: Moots fabbrica ancora i propri telai a mano a Steamboat Springs, tra le Montagne Rocciose del Colorado. Per molti, questo è un “valore aggiunto” da tenere in considerazione.
E’ rimasta piccola infatti, ma comunque indipendente e sempre ben radicata da 28 anni ormai tra le Montagne Rocciose del Colorado, nella remota cittadina di Steamboat Springs. Qui hanno prodotto anche la Raleigh che Steve Tilford ha portato al successo nel primo campionato cross-country della storia americana. In partenza il materiale di costruzione era infatti l’acciaio cromoly (cioè microlegato con cromo e molibdeno, i migliori elementi di alligazione per questa specifica applicazione). Agli inizi degli anni ‘90 hanno però provato il titanio, senza più abbandonarlo e sfruttandolo per proporre oggi alla loro clientela quindici modelli diversi, tra i quali anche la Mooto XZ oggetto di questo test.
I PRINCIPI DI BASE
La Mooto XZ, chiamata pure MXz, è una full da 100 mm di corse dotata di ruote da 29” e soprattutto pensata per un biker che ami le uscite più lunghe e confortevoli e desideri anche possedere un mezzo che resista nel tempo. Mezzo però capace di affrontare senza problemi qualsiasi cosa si trovi sul percorso e superarla con sicurezza.

LA REALIZZAZIONE
Il triangolo principale è prodotto in titanio di specifiche proprietarie e finemente tarate per ogni tubazione, al fine di garantire il miglior mix di rigidezza, assorbimento vibrazioni e longevità, in parte a discapito di una leggerezza intesa in termini assoluti. Le saldature, effettuate in ambiente privo di ossigeno, dimostrano una cura ed una maestria superiori alla media, gratificando chi apprezza questa forma d’arte.
Il carro è invece realizzato in alluminio 6061 con schema Moots MARC (Matched Arc) simile nell’apparenza ad un classico parallelogramma con Horst-Link, ma privo invece di qualunque fulcro posteriore, nei pressi dei forcellini. Tale soluzione garantisce una superiore rigidezza strutturale, sacrificando però sulla carta un po’ di sensibilità sulle più piccole asperità, demandata in questo caso alle proprietà elastiche del titanio del triangolo principale. I fulcri delle articolazioni utilizzano cuscinetti a sfere sigillati e l’asse
di quelli principali è allineato al tiro catena, quando posta sulla corona da 22 denti.
IL MONTAGGIO
Venduta come solo telaio ed ammortizzatore Fox RP23, per non sbagliare, ed anche per non distogliere l’attenzione dal telaio, Moots ha montato la MXz interamente Shimano XTR, con serie sterzo Chris King tradizionale, ma pure con un pregevole reggisella a morsetto centrale ed un attacco manubrio bi-ovalizzato, prodotti in casa entrambi in titanio.
IL TEST SUL CAMPO
In sella: sembra subito grande, nonostante sia una 18”, a causa dell’elevata quota di standover (79 cm), ma seduti sulla MXz si è perfettamente posizionati per il trailride e ben centrati tra i due assi ruota. Manubrio e manopole (delle generose e morbide Oury) si impugnano con naturalezza e l’ottima sella Fizik privilegia i più dinamici tra i bikers.
In pedalata: la MXz non brilla affatto per risposta alla spinta sui pedali, tutt’altro. Ci dispiace dirlo, ma la massa del mezzo la si sente tutta e scherzando un tester ha commentato che, se dovesse montarci una doppia, la corona da eliminare sarebbe la più grande e non la più piccola! Una volta che si raggiunge il ritmo giusto i pedali si alleggeriscono ed il trucco diventa quindi quello di cercare di perdere il meno possibile del proprio slancio, come si fosse in sella ad una single-speed.
In foto: Trazione da vendere: questa la valenza principale dimostrata in salita, dove però non è riuscita a nascondere la propria mole.
In curva: Moots ha perfezionato le geometrie tipiche di una 29er, cancellando nella risposta allo sterzo la sensazione di avere ruote più grandi sotto di sè, che però si fanno valere in termini di aderenza superiore al terreno. Il telaio non dà motivo di incertezze e la sospensione aiuta nel copiare il fondo, facendo sì che la MXz segni un punto a favore.
In salita: appare ancora più pesante di quel che davvero dica la bilancia digitale Park Tool, ma almeno ci si consola con una trazione principesca in qualsiasi condizione, al punto che, se si ha voglia di superare le sensazioni negative e darsi da fare, si potrebbe restare in sella su quelle erte che in genere si è dovuto farsi a piedi. Oscillazioni della sospensione ce ne sono, come più tipico di questi schemi, ma non infastidiscono e sono comunque totalmente eliminabili attivando la piattaforma stabile dell’ammortizzatore.
In discesa: le sensazioni sono anche in questo caso non positive, poiché pare di non disporre affatto dei 100 mm di corsa dichiarati ed anche la sensibilità sulle piccole asperità non è delle migliori. Lavorando sulle tarature le cose non sono migliorate molto, ma comunque il mezzo sfrutta le sue ruote più grandi, i generosi volumi, il grip delle coperture e le geometrie azzeccate per cavarsela con dignità nelle discese anche moderatamente tecniche.
GLI APPUNTI
Un paio di ruote più leggere, ad esempio assemblate con cerchi Stan’s ZTR 29er 335 e pneumatici WTB Prowler SL, cambierebbero parecchio le cose, come abbiamo avuto modo di sperimentare, trasformando la Moots in un mezzo un po’ più reattivo e performante.
Ci ha deluso anche il comfort ridotto offerto dal manubrio Ritchey WCS Carbon, rispetto a quello dato dal Race Face Next XC, provato in sostituzione e poi lasciato montato.
CONCLUSIONI FINALI
Moots gode di una vasta platea di appassionati del proprio marchio che sanno apprezzare il feeling unico dato infatti dal possederne una. Fabbricata come un’opera d’arte, dura una vita senza che il tempo ne intacchi il fascino. Nonostante ciò, non ce la sentiamo di consigliarvela, ben conoscendo il rendimento superiore offerto dagli agguerriti prodotti concorrenti oggi presenti sul mercato.
In foto: Da in alto a destra in senso orario: la sospensione MARC non ha brillato per sensibilità; uno scudetto sinonimo di qualità dal 1981; anche il supporto cambio è autografato, ma a farsi notare, e sentire, è l’assenza di un fulcro posteriore.
Articolo pubblicato su MBA Italia
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